L’impresa sociale ai sensi del D.LGS. 112/2017 – Aspetti civilistici

  • Studio Bertolli Adm
  • 26 febbraio 2019

Approfondimento a cura di M.Cristina Chioda

PREMESSA

La fattispecie dell’impresa sociale trovava già riconoscimento e disciplina nell’ordinamento giuridico italiano nel decreto legislativo 24 marzo 2006, n. 155, che con il D.Lgs. 112/2017 viene abrogato.

Con il presente contributo si vuole dare un inquadramento civilistico alla nuova qualifica di impresa sociale, con particolare riferimento al riconoscimento e all’attività commerciale di interesse generale da esercitare in via stabile e prevalente.

L’impresa sociale è una particolare fattispecie del Terzo settore.

L’art. 4, comma 1 del D.Lgs. 117/17 (Codice del Terzo Settore), include infatti l’impresa sociale in un elenco di enti che comprende altresì le organizzazioni di volontariato (OdV), le associazioni di promozione sociale (APS), gli enti filantropici, le reti associative, le società di mutuo soccorso e altri enti di carattere privato (associazioni, Fondazioni, etc.).

In estrema sintesi, può dirsi che l’impresa sociale è la tipologia organizzativa individuata in modo specifico dal legislatore per connotare i soggetti appartenenti al Terzo Settore vocati all’esercizio prevalente di attività economica d’impresa, benché tale esercizio non sia in linea di principio precluso agli altri Enti del Terzo settore (ETS).

 

  1. Qualifica di impresa sociale

L’art. 1, comma 1, D.lgs. 112/2017 (“Revisione della disciplina in materia di impresa sociale”) chiarisce a tale proposito che la “qualifica” di impresa sociale può essere acquisita da qualsiasi ente privato, a prescindere dalla forma giuridica di costituzione, inclusa quella societaria, purché l’atto costitutivo abbia natura pubblica (art. 5, comma 1). Da ciò consegue la possibilità che tanto le associazioni e le fondazioni quanto le società cooperative e le società per azioni possano a buon titolo fregiarsi dell’attributo di “impresa sociale”; o, in altri termini, che l’impresa sociale può legittimamente costituirsi in forma di associazione, di fondazione, di cooperativa, di società per azioni etc. La scelta della più appropriata forma giuridica in cui costituire un’impresa sociale è naturalmente funzionale a soddisfare esigenze specifiche e diversificate, essendo a sua volta ciascuna forma giuridica la veste e l’espressione di differenti modelli di governance, come distinte combinazioni di risorse umane, patrimoniali e non patrimoniali, nonché di differenti culture organizzative, che possono anche riflettere peculiari fattori di riferimento storico, identitario e valoriale.

La qualifica di “impresa sociale” è riservata agli enti che operano in conformità alle disposizioni del D.Lgs. 112/2017 relative, sia alla definizione dell’attività da esercitarsi (art. 2), all’assenza di scopo di lucro (art. 3), alla redazione e deposito del bilancio d’esercizio e bilancio sociale (art. 9, comma 2), che al coinvolgimento di lavoratori ed utenti (art. 11). Sotto il profilo tecnico, tali precetti normativi non si configurano quali vere e proprie prescrizioni di comportamento, bensì costituiscono degli “oneri di qualificazione”, funzionali a delineare il contesto di riferimento ed il perimetro di azione di una impresa sociale, connotandola come fattispecie specifica.

In termini di inquadramento generale, oltre a dover soddisfare i requisiti sopra elencati, gli enti privati, anche costituiti in forma societaria, che possono acquisire la qualifica di impresa sociale devono presentare caratteristiche coerenti con il dettato dell’articolo 1 del D.Lgs. 112 /2017: in particolare, devono esercitare in via stabile e principale un’attività d’impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di ogni altro soggetto interessato alle loro attività.

  1. Riconoscimento dell’impresa sociale

Il riconoscimento dello status di impresa sociale è subordinato in via preliminare all’assolvimento di un onere di qualificazione consistente nell’iscrizione dell’ente interessato nell’apposita sezione del Registro delle Imprese (art. 5, comma 2, D.Lgs. 112/2017). Se tale iscrizione è requisito sufficiente ai fini dell’inquadramento di un ente nel Terzo Settore (come chiarito dall’art. 11, comma 3, del CTS, che stabilisce l’equivalenza dell’iscrizione alla sezione speciale del Registro Imprese con l’iscrizione nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore –R.U.N.T.S.), è peraltro possibile che un ente già costituito come ETS assuma la qualifica di impresa sociale, pur ciò determinando la perdita delle altre qualifiche specifiche del Terzo Settore che risultano incompatibili con quella di impresa sociale (per esempio, la qualifica di OdV).

Tale principio trova espressione nelle previsioni dell’art. 46, comma 2, CTS, che (ad esclusione di un’unica eccezione riguardante le reti associative) non consentono l’iscrizione di uno stesso ente in più di una sezione del R.U.N.T.S..

In ogni caso, non possono acquisire la qualifica di impresa sociale le società costituite da un unico socio persona fisica, le amministrazioni pubbliche, le fondazioni bancarie, nonché gli enti i cui atti costitutivi limitino, anche indirettamente, l’erogazione dei beni e dei servizi in favore dei soli soci o associati. Quanto alle modalità di ammissione ed esclusione dei soci, devono essere regolate secondo principi di non discriminazione, attraverso meccanismi che garantiscano parità di accesso e di condizione (art. 1, comma 2, D.lgs. 112/2017).

L’ente così costituito, con l’iscrizione al R.U.N.T.S. acquisisce automaticamente la personalità giuridica, con acquisizione della c.d. “autonomia patrimoniale”.

Ai sensi dell’art. 53 CTS, con l’emanazione di decreti regolamentari del Ministero del lavoro e delle politiche sociali sarà definita la costituzione e l’operatività del R.U.N.T.S., mentre ai sensi dell’art. 104 del CTS , le norme fiscali del titolo X del Codice in genere entreranno in vigore – previa autorizzazione della Commissione europea – dal periodo d’imposta successivo a quello di operatività del R.U.N.T.S.

  1. Adeguamento statutario delle imprese sociali ed enti pre-esistenti alla riforma

Le Onlus, le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale, già iscritte in precedenti registri istituiti, ai sensi dell’articolo 101, comma 2, D.Lgs. 117/2017 dovranno adeguarsi alle nuove disposizioni “entro ventiquattro mesi” dalla entrata in vigore (ossia entro il 03 agosto 2019).

Affinché un’impresa sociale già costituita alla data dell’entrata in vigore del D.Lgs. 112/2017 possa assumere la qualifica di “impresa sociale”, è necessario procedere all’adeguamento dello statuto, secondo le modalità definite all’art. 17, comma 3.

In particolare, si prevede che i necessari adeguamenti statutari possano essere effettuati “con le modalità e le maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria”, entro il termine di 18 mesi dall’entrata in vigore del D.Lgs. 112/2017 (ossia entro il 20 gennaio 2019).

E’ peraltro da rilevare come l’assemblea a tale scopo costituita in forma ordinaria possa deliberare esclusivamente adeguamenti statutari funzionali a recepire disposizioni inderogabili per l’acquisizione della qualifica di impresa sociale, rimuovendo eventuali incompatibilità con la nuova disciplina di legge dell’impresa sociale. In tal modo, il legislatore ha inteso tutelare la base associativa, al fine di scongiurare l’eventualità che una maggioranza non qualificata di soci possa cogliere l’occasione per apportare ulteriori modifiche non attinenti l’adeguamento allo status di impresa sociale, magari introducendo meccanismi che possano limitare l’effettivo esercizio della partecipazione democratica ed il rispetto del principio di parità tra i soci all’interno dell’ente.

In altri termini, nel contesto di una assemblea costituita in forma ordinaria per procedere agli adeguamenti statutari funzionali all’acquisizione della qualifica di impresa sociale, l’applicazione del quorum di partecipazione e della soglia di maggioranza previsti per l’assemblea ordinaria dovrà essere limitata a delibere strettamente inerenti il recepimento di disposizioni inderogabili e la rimozione di cause di incompatibilità; ogni altra fattispecie estranea alle due situazioni prima richiamate dovrà essere trattata secondo le modalità e con i requisiti numerici dell’assemblea riunita in sede straordinaria.

Si sottolinea che il Consiglio Nazionale del Notariato, con lo Studio n. 91/2018 , ha specificato che anche in sede di adeguamento statutario dei soggetti pre-esistenti alla riforma è in ogni caso richiesto l’intervento del notaio, stante la previsione dell’art. 5 commi 1 e 2 del D.Lgs. 112 che richiede la forma pubblica sia per la costituzione che per le modifiche degli atti dell’impresa sociale.

Nella casistica delle modifiche statutarie funzionali all’adeguamento alle previsioni del D.Lgs. 112/2017 si annoverano, per esempio, l’indicazione dell’espressione “impresa sociale” nella denominazione (art. 6), l’enunciazione di un oggetto sociale coerente allo status di impresa sociale e l‘esplicito riferimento all’assenza di scopo di lucro (art. 5). Tali necessarie modifiche statutarie per rettifiche normative non generano le condizioni per il pagamento dell’imposta di registro, da cui sono esenti poiché “hanno lo scopo di adeguare gli atti a modifiche o integrazioni normative” (art. 82, comma 3, CTS).

E’ invece da evidenziare che, alle cooperative sociali (e i loro consorzi) di cui alla legge n. 381/1991, la qualifica di impresa sociale è attribuita ope legis, senza necessità di modificare lo statuto.

Infine, per le imprese sociali il mancato adeguamento statutario entro il predetto termine (20/01/2019) comporta la perdita della qualifica di ente agevolato, con il conseguente mancato accesso nella categoria degli enti del Terzo Settore e l’obbligo di modifica della denominazione dell’ente, nella parte contenente il riferimento alla qualifica oramai perduta (es. OdV oppure APS).

  1. Attività di interesse generale

La nuova normativa ridefinisce, ampliandolo, l’ambito delle attività di interesse generale da esercitare affinché un ente possa assumere la qualifica di impresa sociale. Tra tali attività sono incluse, a titolo esemplificativo: le prestazioni socio-sanitarie; di educazione, istruzione e formazione professionale ai sensi della L. 53/2003; i servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell’ambiente; gli interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio; la ricerca scientifica di particolare interesse sociale; la formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione e al successo formativo; la cooperazione allo sviluppo; il commercio equo e solidale; il micro-credito; l’agricoltura sociale; l’organizzazione e la gestione di attività sportive dilettantistiche. L’elenco delle attività di interesse generale è peraltro suscettibile di aggiornamento, con integrazioni definite attraverso apposito Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

L’attività di impresa di interesse generale deve essere svolta “in via stabile e principale”, ossia deve generare almeno il 70% dei ricavi, requisito che tuttavia, al di là della definizione della proporzione numerica, non ha ancora trovato una chiara ed inequivocabile formulazione, demandata ad un atteso provvedimento di legge (Art. 2, comma 2).

Si considera comunque di interesse generale, indipendentemente dal suo oggetto, l’attività dell’impresa sociale nella quale, per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, sono occupati, secondo specifiche percentuali in relazione al personale, lavoratori molto svantaggiati, persone svantaggiate o con disabilità e persone senza fissa dimora che versino in una condizione di povertà tale da non poter reperire e mantenere un’abitazione in autonomia.

In sostanza, in quest’ultimo caso, al fine di qualificare l’attività come di interesse generale, al legislatore non interessa il tipo di bene o servizio che l’impresa sociale produce, ovvero il settore di attività in cui essa opera, bensì il semplice fatto che determinate persone, individuate quali soggetti fragili e bisognosi di inserimento o reinserimento lavorativo, siano impiegate nell’attività d’impresa. È quest’ultima la circostanza che realizza l’interesse generale, in considerazione delle particolari condizioni in cui versano tali lavoratori, il cui numero deve coprire una quota minima del 30% dell’organico di personale impiegato dall’impresa sociale.

Naturalmente, in linea di principio, nulla impedisce che un’impresa sociale possa assumere entrambe le finalità, qualificandosi tale sia per l’impegno nell’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, con ciò dando soddisfazione ai requisiti posti al comma 4 dell’art. 2 del D.Lgs. 112/2017, sia per la natura sociale dell’attività di impresa svolta in uno dei settori indicati al comma 1 dello stesso articolo 2.

  1. Destinazione dell’utile ed avanzi di gestione

Quale ente del Terzo settore, l’impresa sociale non può avere come scopo principale quello di distribuire – anche in via indiretta – ai propri soci, amministratori, dipendenti, gli utili ed avanzi di gestione, i quali devono essere destinati allo svolgimento dell’attività statutaria o ad incremento del patrimonio.

Tuttavia con la nuova normativa viene introdotta, al fine di favorire il finanziamento dell’impresa sociale mediante capitale di rischio, la possibilità per le imprese sociali di destinare una quota inferiore al 50% degli utili e degli avanzi di gestione annuali, dedotte eventuali perdite maturate negli esercizi precedenti, per le seguenti finalità:

– ad aumento gratuito del capitale sociale sottoscritto e versato dai soci oppure alla distribuzione, anche mediante aumento gratuito del capitale sociale o l’emissione di strumenti finanziari, di dividendi ai soci, in misura comunque non superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato (esclusivamente se l’impresa sociale è costituita in forma di società)[1];

a erogazioni gratuite in favore di enti del Terzo Settore diversi dalle imprese sociali, che non siano fondatori, associati, soci dell’impresa sociale o società da questa controllate, finalizzate alla promozione di specifici progetti di utilità sociale.

Infine l’art.16, in tema di promozione e sviluppo delle imprese sociale, dispone che le stesse possono destinare una quota non superiore al 3% dei loro utili o avanzi di gestione a Fondi specificatamente istituiti, dedotte eventuali perdite maturate negli esercizi precedenti. Tali versamenti sono in ogni caso deducibili ai fini dell’imposta sui redditi dell’impresa sociale erogante.

  1. Perdita della qualifica di “impresa sociale” ed operazioni straordinarie

Eventuali irregolarità accertate e non sanate in sede di controllo pubblico danno luogo alla perdita della qualifica di impresa sociale (e alla sua conseguente cancellazione dalla sezione speciale del Registro delle Imprese) e non già alla liquidazione dell’ente, ferma restando la devoluzione obbligatoria del patrimonio (art. 15, comma 8, d.lgs. 112/2017).

In caso di cessazione dell’impresa, il patrimonio residuo deve essere devoluto ad organizzazioni non lucrative di utilità sociale, associazioni, comitati, fondazioni ed enti ecclesiastici.

In riferimento alle operazioni straordinarie di trasformazione, fusione e scissione si devono in ogni caso preservare l’assenza di scopo di lucro, i vincoli di destinazione del patrimonio ed il perseguimento delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale da parte dei soggetti coinvolti negli atti posti in essere.

Inoltre l’efficacia delle operazioni straordinarie e della devoluzione sono subordinate ad una specifica autorizzazione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che si intende concessa decorsi 90 giorni dalla notificazione dell’istanza da parte dell’organo di amministrazione dell’impresa sociale (a cui deve essere allegata la documentazione necessaria alla valutazione della conformità delle operazioni previste, ovvero la denominazione dei beneficiari della devoluzione del patrimonio). In caso di insolvenza, le imprese sociali sono assoggettate alla liquidazione coatta amministrativa (ai sensi del Regio Decreto 16 marzo 1943 e successive modificazioni).

 

[1] Tale limite soggettivo è lo stesso che, ai sensi dell’art. 2514 c.c. si applica alle cooperative a mutualità prevalente ed alle cooperative sociali.

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