Lotta all’evasione, “con il decreto fiscale nessuna semplificazione ma più obblighi e costi per contribuenti e professionisti” – Il Fatto Quotidiano

  • 26 ottobre 2016

Secondo i commercialisti, le comunicazioni trimestrali alle Entrate delle fatture emesse e ricevute e dei dati sui versamenti periodici dell’imposta complicheranno la vita e comporteranno un aumento dei costi per le piccole e medie imprese. E sono considerate “sproporzionate” anche le sanzioni previste in caso di errori o omissioni
di Luigi Franco | 26 ottobre 2016

La lotta all’evasione dell’Iva passa per l’obbligo delle comunicazioni trimestrali all’Agenzia delle entrate delle fatture emesse e ricevute, oltre che dei dati sui versamenti periodici dell’imposta.
Una novità introdotta dal decreto fiscale pubblicato in Gazzetta ufficiale lunedì, su cui ora dovrà esprimersi il Parlamento.
La misura, secondo le stime contenute nella relazione tecnica che accompagna il decreto, consentirà di recuperare un gettito di 2,11 miliardi nel 2017, 4,23 nel 2018 e 2,77 nel 2019. Ma i nuovi adempimenti fiscali, che vanno a braccetto con i penetranti poteri di indagine della nuova Agenzia delle Entrate – Riscossione, secondo il presidente del consiglio nazionale dei commercialisti Gerardo Longobardi vanno in direzione contraria rispetto alle semplificazioni più volte promesse da Matteo Renzi.
Longobardi ha scritto una lettera al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan in cui esprime “profondo rammarico”. Se finora i commercialisti dovevano infatti comunicare le operazioni rilevanti ai fini Iva una volta all’anno attraverso lo strumento dello spesometro, ora si troveranno di fronte a un analogo adempimento ogni tre mesi.

“Da un lato – commenta Davide Bertolli dello studio milanese di commercialisti e revisori legali Bertolli & associati – si avrà un appesantimento di tipo routinario, e a bassissimo valore aggiunto, del lavoro del professionista. Dall’altro le imprese saranno chiamate a un adempimento più pesante dal punto di vista amministrativo e, di conseguenza, economico”.
“In senso assoluto la norma non è sbagliata – continua Bertolli – perché consente all’Agenzia delle entrate di svolgere attività di controllo più capillari. Ma tale norma potrebbe essere impiegata senza costi sociali nel momento in cui le nostre modalità operative si fossero evolute in modo da prevedere un uso diffuso della fatturazione elettronica e delle innovazioni tecnologiche che consentono uno snellimento delle attività ordinarie”. Ma visto che quel momento non è ancora arrivato, “i nuovi adempimenti cozzano con l’idea di semplificazione di cui si sente spesso parlare”. E di scarso aiuto risulta il credito d’imposta da 100 euro che il decreto riconosce per l’adeguamento tecnologico ai soggetti con un volume d’affari inferiore ai 50mila euro: “E’ sempre meglio di niente, ma per quelle micro-imprese che hanno difficoltà a procurarsi i software adeguati non sono 100 euro a fare la differenza”.
Aspetti che secondo Bertolli gettano “un po’ d’ombra su un decreto le cui finalità sono potenzialmente valide”. E che qualche misura a favore delle semplificazioni la contiene, come l’addio all’obbligo di comunicare i dati sugli acquisti di beni e servizi effettuati all’interno dell’Ue. O come la norma che consente di rettificare le dichiarazioni dei redditi a favore del contribuente anche dopo il termine di presentazione delle dichiarazioni dell’anno successivo. Con la possibilità di utilizzare in compensazione l’eventuale credito di imposta emerso, senza dover passare come prima per la presentazione all’Agenzia delle entrate di un’istanza di rimborso. Una novità che, secondo Bertolli, “va nella direzione di razionalizzare le norme e creare quello spirito di collaborazione reciproca tra Agenzia delle entrate e contribuente che spesso manca”.

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